5 (+ 1) domande ad Alessandra Cataleta

Qual è il punto di partenza per dare vita ad una videoproduzione, una webserie o, più genericamente, un visual storytelling?

ualcuno potrebbe rispondere “avere un’idea”… e sicuramente ciò non è di poco conto! Ad una prima fase di ideazione creativa, però, seguono molti altri step come la scelta della location e degli attori, le riprese vere e proprie e, infine, la post-produzione. Inoltre, alcuni progetti sono frutto di un’energia creativa interna ad un team di professionisti, alcuni sono progetti destinati a gareggiare in concorso con altri e, altri ancora, sono commissioni di qualche cliente.

Ecco, quindi, che limitarsi ad avere un’idea non è sufficiente: è necessario affinare anche altre competenze e sapersi coordinare con figure professionali ed esigenze diverse.

È per tutte queste ragioni che abbiamo deciso di rivolgere qualche domanda ad Alessandra Cataleta, regista, autrice e creativa con la quale Officina38 collabora per diversi progetti, tra i quali Donne sull’orlo del bricolage.

D’altronde, in quanto casa di produzione creativa, è chiaro che senza il fondamentale contributo di figure professionali come la sua, molti progetti non esisterebbero nemmeno! Let’s go! 😎

Ciao Alessandra! Qual è il punto di partenza nel tuo lavoro e in cosa consiste?

Il punto di partenza per me è da sempre l’immagine e la suggestione visiva. Mi innamoro delle storie perché vengo folgorata prima di tutto dalle immagini titaniche, comiche, fantastiche, poetiche che, in potenza, le storie già possiedono; ne pregusto la resa sui movimenti di macchina, la fotografia ed il montaggio. E’ vero che ci sono storie apparentemente più forti di altre ma, a mio avviso, ogni racconto ha un suo registro, intimo, che si mescola in modo alchemico con lo sguardo del narratore e, se proprio dovessi definire il mio lavoro come regista, direi che consiste nel trovare “quel registro”.

Quante e, soprattutto, quali sono le possibili fasi del tuo lavoro?

Una fase in cui mi sembra di non combinare nulla invece, col tempo, mi sono resa conto essere l’origine di tutto è… la fantasticheria. Hai presente quando la gente ti dice “Oh! Ma mi stai ascoltando? Guarda avanti che c’è il palo, cretina! Si può sapere a cosa stai pensando?!”. Ecco… non lo definirei proprio “pensare”, non solo. Mi concentro molto, soprattutto visualizzandoli con immagini, sui contenuti fondamentali, il “core” della storia, che si tratti di produrre una gif animata o un progetto di serie da otto stagioni (naturalmente con le opportune tempistiche, a seconda della complessità del lavoro). Una volta che ho capito, senza ombra di dubbio e nitidamente, cosa “c’è dietro”, una volta che ho risposto in modo chiaro alla domanda “cosa voglio raccontare?”, allora scoperchio il mio personale vaso di Pandora di possibilità, narrative ed estetiche, con cui è possibile realizzare il progetto in questione e be’… lì c’è da tenersi forte. In questa fase non mi nego nulla: il bene e il male, il brutto e il bruttissimo, la sinfonia, la discarica, la sezione aurea, i Beatles… spesso, agli inizi, era proprio in questa fase che moriva un progetto. Perché bisogna imparare a cavalcare l’onda anomala di possibilità creative senza esserne travolti. Con il tempo ho imparato a godermi questa fase, anche accettando di esserne travolta, cosa che comunque accade meno frequentemente. Dopo tutto questo inizia la scrittura vera e propria che, chiaramente, essendo scrittura per il video, è concepita per essere girata e montata con morbida precisione. “Morbida” perché nelle fasi di lavorazione possono esserci imprevisti ma anche nuove intuizioni ed è opportuno farsi trovare pronti, non solo ad accogliere, ma anche a trasformare l’imprevisto in un valore aggiunto (almeno, ci si prova…). Ad ogni modo sono abituata a far leggere la stesura semi-definitiva dei miei progetti a persone di fiducia, professionisti e non, perché dopo che hai messo anima e corpo nell’immaginare una storia, si perdono la lucidità e la distanza che uno sguardo esterno invece sa restituire.

Con quali altre figure professionali sei portata a confrontarti nelle varie fasi del processo creativo?

Sono portata a confrontarmi con tutti i comparti della filiera produttiva e creativa: dalla produttrice al runner, dal trucco al DOP, dal copy al montatore, dal compositore delle musiche al colorist. E’ un mestiere potente perché può diventare davvero sinergico se si riescono a salvaguardare le legittime inclinazioni dei singoli reparti e questa è la cosa più difficile. Inoltre, è fondamentale, quando possibile, circondarsi non solo di professionalità virtuose ma anche umanamente solide.

Quanto ci si impiega per scrivere una puntata di una webserie come Donne sull’orlo del bricolage?

Per Donne sull’orlo del bricolage ci sono state tempistiche diverse. Per le puntate scritte in lockdown c’erano chiaramente vincoli molto più rigidi in fase creativa, perché eravamo a distanza, non c’era una troupe a girare bensì Rocco, lo splendido e santissimo compagno della protagonista Laura Rovetti (nella serie, Enrica), che nella vita lavora come architetto, non come operatore! Quindi la storia è stata scritta calcolando il minimo dettaglio: a che ora c’è luce in salone o in bagno, quando dorme il bambino così non ci sono rumori, qual è il punto macchina migliore ma anche più agevole, stare attenti a produrre un girato non eccessivo ma più che sufficiente per il montaggio a distanza, senza rinunciare a piccoli “ricami”, da poter effettuare in post-produzione. Devo dire che in questo Laura si è dimostrata una perfetta aiuto regista sul set… set che, incidentalmente, era pure casa sua a Roma! E poi c’erano gli altri interpreti, Fabio Mascagni e Sophie Chiabaut, uno a Firenze e l’altra a Torino, con cui ci siamo coordinati e organizzati per “cucire” al meglio ogni parte del girato.

Sulle tempistiche di scrittura di una puntata direi che la forbice può variare a seconda della deadline, ma sicuramente il concepimento di un episodio e la scrittura della prima stesura di sceneggiatura non vanno oltre i due/ tre giorni, per quanto mi riguarda.

Qual è la cosa più bella della tua professione? E quale la meno bella?

La cosa più bella è proprio quella che ho appena descritto, la sinergia con il gruppo di lavoro, quando c’è. Oltre, naturalmente, alla gioia e fierezza, direi quasi “genitoriale”, nel vedere che delle istanze creative, spesso solo ed esclusivamente “tue”, sono state non solo accolte e sostenute da qualcuno, ma anche realizzate da un gruppo di lavoro.

La meno bella non ho nemmeno il tempo di pensarla, per fortuna.

Ultima domanda: quali sono i lavori di cui sei maggiormente orgogliosa e perché?

Sicuramente il mio primo film documentario Scarti, che mi ha aiutato a chiarirmi le idee sul “tono” da dare ai miei lavori: che persona sono e come voglio raccontare le storie. Poi Il futuro non me lo ricordo, secondo film documentario realizzato con Officina 38, menzione speciale al Lo Spiraglio Filmfestival della Salute Mentale di Roma; un lavoro colmo di difficoltà che però mi ha profondamente forgiata, anche rispetto alle intuizioni che credevo di aver avuto sul film precedente. Infine un progetto per un film di animazione, dal titolo Pulvis, che ho scritto e continuo a scrivere da anni e che probabilmente realizzerò quando sarò un’anziana signora dalla dentiera smagliante.